Codice della crisi e dell’insolvenza

Guida al codice della crisi e dell’insolvenza

Il codice della crisi e dell’insolvenza, introdotto in seguito all’approvazione dell’11 gennaio 2019 da parte del Governo che ha dato attuato la legge n. 155 del 19 ottobre 2017, si pone come obiettivo quello di riformare la materia delle procedure concorsuali e della crisi da sovraindebitamento, semplificando di fatto le norme attualmente vigenti e garantendo al contempo la certezza del diritto.

Nel farlo, prevede tra le altre cose, un modello processuale particolarmente celere, in cui non si parla più solo di fallimento ma anche di liquidazione giudiziale e la cui nozione di insolvenza si affianca a quella di stato di crisi, inteso come probabilità di una futura insolvenza.

La riforma dà poi priorità alle proposte che comportano il superamento della crisi mantenendo la continuità aziendale e armonizza la gestione della crisi e dell’insolvenza con le tutele dei lavoratori.

Il Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza finalmente è realtà.  Questa nuova legge “fallimentare” non si chama più così: sarà cancellato il termine “fallimento” per abbandonare la connotazione negativa ed è stato sostituito con un termine che richiama più una cultura di risanamento, piuttosto che l’eliminazione delle imprese dal mercato

Prenota una consulenza gratuita

Il Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza (contenuto nel D.Lgs. n. 14/2019) subentrerà al posto del R.D. n. 267/1942, ovvero l’attuale legge fallimentare. Disciplinerà in un unica normativa le procedure che hanno come obiettivo la risoluzione della crisi e dell’insolvenza sia dell’imprenditore (anche commerciale), che del debitore civile sovraindebitato, fatt alcune eccezioni per: enti pubblici, forme speciali di liquidazione coatta amministrativa e per l’amministrazione straordinaria per le grandi imprese.

Il Codice della crisi cerca dunque di favorire una cultura del risanamento anziché dell’eliminazione delle imprese dal mercato, superando la concezione di fondo, che associava al fallimento un disvalore sociale considerando il debitore insolvente come un frodatore (decoctor, ergo fraudator) e l’insolvenza come illecito da sanzionare. Più laicamente, l’insolvenza viene vista ora come evento naturale nel quadro del rischio implicito nell’attività d’impresa, e dunque, per quanto fenomeno patologico, comunque statisticamente prevedibile.

Da ciò l’idea non più di eliminare al più presto dal mercato le imprese insolventi viste come cellule impazzite, ma di intervenire, da un lato, per prevenirne e arrestarne il declino ai primi segnali, e in ogni caso, dall’altro, non per sanzionare l’imprenditore (salvo che nei casi in cui abbia commesso veri e propri illeciti penali) quanto piuttosto per salvare i valori dell’impresa e consentire allo stesso imprenditore una seconda chance (fresh start). Così, scomparsa la parola “fallito” dalle tavole della legge (per scongiurare l’effetto di disvalore e riprovazione sociale che ancora l’accompagnava), il fallimento è stato rinominato liquidazione giudiziale, e così, a cascata, ogni istituto cui si accompagnava l’aggettivo “fallimentare” è stato rinominato in senso politicamente più corretto.

Dalle semplici variazioni estetico-nominalistiche si è passati poi a elaborare nuovi istituti e a ridisegnare, aggiornandoli, quelli preesistenti, nel contesto di una complessiva razionalizzazione dell’intero sistema giusconcorsuale, cui è stato ridato quel connotato di organicità ormai perduto dalla legge fallimentare del ’42.

Ciò è avvenuto attraverso plurimi strumenti: l’elaborazione di principi generali; la contestuale disciplina sia della crisi dell’impresa, che di quella del debitore civile; la riunificazione dei diversi procedimenti per l’apertura delle procedure di risoluzione della crisi o dell’insolvenza in un unico procedimento; la semplificazione/unificazione dei vari riti processuali; il coordinamento organico tra la disciplina concorsuale e quella societaria, con innovativa attenzione ai gruppi d’imprese; la semplificazione/unificazione del sistema notificatorio con modalità telematiche; la riduzione delle ipotesi di prededuzione e la riduzione della durata delle procedure concorsuali; la previsione di forme di esdebitazione anche automatica; l’estensione dell’area delle imprese soggette all’obbligo di dotarsi di un sindaco o revisore; la previsione di nuove responsabilità dei professionisti; la maggiore responsabilizzazione degli organi di gestione e di controllo; la semplificazione dei criteri di quantificazione del danno nelle azioni di responsabilità verso gli organi di gestione e controllo. E molto altro.

Strumenti per la regolazione della crisi

Gli strumenti per la regolazione stragiudiziale della crisi previsti dalla riforma sono molteplici:

In particolare si tratta:

dei piani attestati di risanamento: per gli imprenditori, anche non commerciali, al fine di risanare l’esposizione debitoria dell’impresa e assicurare il riequilibrio della situazione finanziaria;

– degli accordi di ristrutturazione dei debiti: previsti per l’imprenditore diverso da quello

minore con i creditori che rappresentino almeno il 60% dei crediti;

– gli accordi di ristrutturazione agevolati: disciplinati dall’art. 60 del codice, che ne prevede l’applicabilità agli imprenditori con creditori che rappresentino il 30% dei crediti

in presenza di determinate condizioni;

– degli accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa: così definita perché l’art. 61 ne estende l’efficacia “anche ai creditori non aderenti che appartengano alla medesima categoria, individuata tenuto conto dell’omogeneità di posizione giuridica ed interessi economici.”

– delle convenzioni di moratoria: che vengono concluse tra un imprenditore, anche non commerciale, e i suoi creditori, con l’obiettivo di disciplinare provvisoriamente gli effetti della crisi. Esse hanno ad oggetto la dilazione delle scadenze dei crediti, la rinuncia agli atti o la sospensione delle azioni esecutive e conservative e ogni altra misura che in ogni caso non comporti la rinuncia al credito.

Liquidazione giudiziale, niente più fallimenti

Di primo piano è l’introduzione della procedura di liquidazione giudiziale, destinata dunque a prendere il posto del fallimento.

Mantenendo i caratteri fondamentali della procedura, la riforma mira a incentivarne la rapidità e la concentrazione. Vengono inoltre dettate molteplici norme che, in attuazione del principio della par condicio creditorum, riformano gli effetti della liquidazione giudiziale sugli atti pregiudizievoli ai creditori.

Prenota una consulenza gratuita

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *